Vaa Wijk e Viegant dell’Università di Utrect sostengono che i loro lavori che evidenziano una risposta cellulare di protezione alla intossicazione da metalli pesanti attraverso un’ azione positiva esercitata da un postcondizionamento con basse dosi degli stessi metalli pesanti può rappresentare un esempio del principio di similitudine a livello cellulare. Essi concludono che il principio del simile può essere una interessante sfida sia per la scienza convenzionale che per quella omeopatica.
Suresh e coll. dell’Università danese di Aarus, sono concordi nel ritenere che l’ormesi possa avere qualche connessione con il principio del simile e auspicano che la comunità dei ricercatori omeopatici compia uno sforzo maggiore per testare scientificamente tale legame, utilizzando nelle proprie ricerche i concetti e i metodi dell’ormesi.
Oberbaum e coll. del Center for Integrative Complementary Medicine di Gerusalemme desiderano focalizzare l’attenzione sul fatto che l’omeopatia si avvale di un metodo peculiare e utilizza medicinali anche in dosi ultralow e dinamizzate. Per tale motivo vi è, a loro giudizio, necessità di ricercare eventuali differenze nell’impiego di sostanze diluite e non dinamizzate rispetto a sostanze diluite e dinamizzate. C’è da notare che, rispetto alla posizione di maggiore chiusura espressa in passato, il gruppo di Gerusalemme oggi ammette che l’ormesi possa essere considerata un sottoinsieme dell’omeopatia. Più precisamente che l’ormesi possa essere considerata una “forma rudimentale” di omeopatia dimostrando che sostanze diluite possono indurre una risposta compensatoria. Conclude che l’ormesi offre un modello razionale per studiare gli effetti omeopatici nell’ambito di sostanze in basse concentrazioni.
Anche Peter Fisher del Royal London Homeopathic Hospital desidera rimarcare le peculiarità del metodo omeopatico e si interroga se realmente occorra una dose soglia di xenobiotico per ipotizzare un meccanismo ormetico. La questione sollevata da Fisher potrebbe essere condivisibile dal momento che esistono dati sperimentali ottenuti con diluizioni superiore al numero di Avogadro che potrebbero essere letti nell’ottica del post condizionamento. Tuttavia personalmente riteniamo che alla luce dei pochi dati disponibili tale proposta non sia utile in questa fase ancora preliminare ad incoraggiare il dibattito in corso con la comunità scientifica convenzionale.
L’osservazione che rivolgiamo alla proposta di Fisher trova conferme nella lettura del commento del prof. John R. Moffet dell’Università di Betesda il quale afferma senza mezzi termini che in assenza di conferme scientifiche dell’azione di diluizioni ultralow l’ormesi non debba essere in alcun modo avvicinata all’omeopatia. A tale proposito, il nostro personale commento è che possono esserci importanti connessioni tra ormesi e omeopatia ma che esse sono anche limitate in particolare dal fatto che l’ormesi non richiede particolari preparazioni della sostanza come richiede il principio della dinamizzazione omeopatica e che vi è la necessità di indagare il fenomeno ormetico con l’uso di sostanze in concentrazioni molecolari. Tuttavia è nostra opinione che il fenomeno dell’ormesi possa offrire una chiave di lettura del meccanismo di azione di sostanze molecolari in basse concentrazioni e quindi anche delle sostanze classificate come medicinali omeopatici. Questa riflessione permette di ipotizzare una possibile chiave di lettura unica e univoca della farmacologia convenzionale che, in tale ottica, si svilupperebbe senza soluzione di continuo dalle microdosi alle macrodosi del farmaco pur implicando meccanismi farmacologici opposti, stimolanti in basse dosi e inibenti in alte dosi. L’opinione di Paolo Bellavite non è qui riportata perché affidata all’Autore.
In conclusione pensiamo che il dibattito internazionale avviato dal Prof Calabrese costituisca un punto di svolta nella considerazione delle ipotesi del meccanismo d’azione del medicinale omeopatico in dosi molecolari. Siamo concordi con l’affermazione del professore di Ahmrest che l’ormesi possa rappresentare un veicolo per studiare il medicinale omeopatico in chiave biomedica avviando, finalmente, un dialogo tra scienziati appartenenti alle due comunità. Se questa è l’opinione di Calabrese non possiamo che registrarla con grande soddisfazione dal momento che essa va nella direzione proposta dalla SIOMI fin dal 2006.


