E’ con ben altre coordinate che la Commissione di Bioetica della Regione Toscana si è mossa, anche per superare quelle posizioni che affermano che la ricerca nel campo delle Medicine Complementari non sia praticabile o sia addirittura inutile e dannosa. Abbiamo voluto contrastare le posizioni fideistiche per poter aprire la ricerca a qualunque ipotesi, pur sempre entro i limiti del rigore metodologico. Non possiamo infatti non ribadire che la Medicina è Una e che i differenti modelli di pratica medica non possono richiedere un’improbabile conciliazione di paradigmi spesso irriducibili a livello teorico: solo un approccio laico e pragmatico, e nello stesso tempo rigoroso e responsabile da parte di tutte le componenti in gioco potrà portare a realizzare lo scopo ultimo della Medicina, e cioè quello di perseguire la Salute della persona. Se è vero che ogni essere umano può e deve essere parte attiva nella promozione della propria salute e non solo un oggetto passivo di interventi o un consumatore inconsapevole di farmaci o rimedi, qualunque sia il modello di medicina in gioco, se ne deve promuovere la consapevolezza che un organismo ha armi per preservare la propria salute e per guarirsi e che tale potenziale può essere stimolato con adeguate risorse terapeutiche. In questo scenario la Medicina Complementare entra a pieno titolo in una logica d’integrazione con le cure cosiddette tradizionali: è infatti evidente come ormai nella società si sia fatto strada il diritto di veder considerate globalmente le problematiche di salute. Da una parte i limiti terapeutici dimostrati dalla medicina ufficiale nei confronti di patologie, sicuramente non gravi rispetto alla speranza di vita, ma molto influenti sul benessere in generale, e dall’altra i rischi di possibili effetti collaterali legati a farmaci e/o dispositivi medici rendono ormai inevitabile un percorso comune, pena un’ulteriore incrinatura del rapporto medico-paziente, già troppo minato dal riduzionismo biologico e tecnico che troppo spesso caratterizza la medicina ufficiale.
Dobbiamo comunque ribadire con forza che le aspettative del malato non sempre coincidono con i suoi diritti, e che talora perverse logiche di mercato dilatano l’ambito dei bisogni a quello dei desideri, fino a quello dei capricci. Con una Medicina immersa nel Mercato, il rischio è quello di parlare solo il linguaggio dei (falsi) diritti, mentre si deve cominciare ad avere il coraggio di parlare, riguardo alla salute, anche di doveri. In particolare, il primo dovere è proprio quello di riconoscere i diritti degli “altri”, e dunque riconoscere il “limite” entro il quale ci dobbiamo e possiamo muovere, secondo un laico spirito di rispetto, di valorizzazione di identità tra loro diverse, non “contro” ma “verso” chi è altro da sé. Diritti e doveri, dunque, che riguardano tutti noi, cittadini e terapeuti.



